25 Luglio 2024
Per riflettere

Coronavirus. La Comunità Papa Giovanni XXIII nel tempo delle scelte

da Vatican News

E’ arrivato l’incoraggiamento dello stesso Papa Francesco, qualche giorno fa, ai giovani volontari impegnati nell’assistenza a pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali e accolti in una struttura dell’Associazione. Il segretario generale, Gianpiero Cofano afferma: questo è un momento privilegiato per condividere ciò che si ha con gli ultimi

di Adriana Masotti

 

Si chiamano Mirgutz, Dauda, Arben, Luca, Anna, Christopher, Vitali, sono i giovani che, insieme a Gianpiero Cofano, segretario generale dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, nel giono di Pasqua hanno scritto una mail a Papa Francesco per raccontargli che cosa stavano vivendo e per manifestargli il desiderio di incontrarlo. E alla lettera dei volontari il Papa ha risposto, qualche giorno più tardi, con un messaggio scritto a mano e inviato ancora per e-mal. Dopo aver ricordato i nomi di ciascuno di loro, Francesco scrive: “Grazie tante per la vostra mail. Grazie tante per essere volontari della Comunità Giovanni XXIII. Grazie per il lavoro che fate: una vera testimonianza. Anche a me piacerebbe incontrarvi. Prego per voi, per favore fatelo per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. Fraternamente, Francesco.”

L’auto isolamento nell’hotel aperto ai pazienti

L’impegno assunto dai volontari è quello a favore di pazienti Covid-19 dimessi dagli ospedali del riminese che hanno trovato ospitalità all’interno di  una struttura alberghiera, l’Hotel Royal di Cattolica, ricevuta in dono dalla Comunità e riconvertita in pochi giorni, su richiesta della Prefettura di Rimini, per poter dare alloggio a persone che non avrebbero avuto la possibilità di vivere la quarantena nella propria casa. Per questo servizio i giovani volontari della Comunità, da oltre un mese, hanno accettato l’auto isolamento. Oltre a rispondere alle necessità concrete dei pazienti, impiegano il loro tempo alla costruzione di rapporti umani che possano far sentire gli ospiti meno soli.

I giovani volontari che hanno scritto al Papa

I ragazzi che si sono resi disponibili a tutto questo, in alcuni casi avevano avuto bisogno loro stessi di aiuto: Arben, giovane albanese membro della comunità e Mirgutz anche lui proveniente dall’Albania, Dauda migrante del Burkina Faso già accolto in una casa famiglia, Vitali giovane ucraino da circa 15 anni in Italia e da poco tornato da una missione in Georgia, Luca neo ‘Casco Bianco’ in partenza per il programma di servizio civile in una zona in Brasile, e una giovanissima coppia di sposi, Anna e Christopher in partenza per la missione in Bolivia, anche loro come volontari per il servizio civile internazionale. “Siamo giovani con diverse esperienze, alcuni di noi in passato hanno ricevuto sostegno ed accoglienza e proprio a partire da questo, sottolineano i ragazzi nella lettera a Francesco, abbiamo scelto di aiutare chi oggi ha più bisogno”. A Vatican News, Gianpiero Cofano, racconta la loro reazione alla risposta del Papa:

Ascolta l’intervista a Gianpiero Cofano

R. – Il messaggio del Papa ci ha riempito di gioia, è stato davvero un regalo bellissimo, noi non speravamo che il Papa avrebbe avuto il tempo anche per rispondere a noi, lui che è così tanto impegnato in questo periodo. Questa cosa ci ha dato una gioia immensa e anche proprio una spinta, come a dire, anche il Papa è con noi, e questo ci esorta ad andare avanti con  energia, ancora più di prima.

Una grande disponibilità quella offerta da lei con questi giovani: prestare servizio in una situazione che presenta anche dei rischi. E soprattutto in auto isolamento volontario, fuori dalla propria casa. Come si svolge la vostra vita in questo momento?

R. – Questi ragazzi hanno davvero realizzato un miracolo, perché quando abbiamo cominciato i primi di marzo a ragionare su questa idea, c’era molta paura – non che adesso non ce ne sia più – però in quel momento in cui è scattato il lockdown, tutti avevano paura, tutti tendevano a chiudersi nella propria casa per difendersi, e invece noi abbiamo chiesto a questi ragazzi di fare questa scelta temeraria e molti di loro mi hanno detto: Gianpiero, guarda noi non è che abbiamo particolari competenze, però mettiamo tutti noi stessi a disposizione se questo può essere utile alla gente, ai pazienti, ai poveri di oggi, in un certo senso. Ma poi io ho detto loro che la scelta che dovevamo fare, quella che ci avrebbe salvato a mio parere, rispetto a questa pandemia, era quella di scegliere l’auto isolamento, quindi probabilmente per due o tre mesi c’era la necessità di rimanere nell’hotel senza andare a casa e tutti hanno accettato. E’stata una cosa bellissima, quindi abbiamo creato una piccola comunità di persone che vive all’interno di questa struttura per accogliere e accudire questi ospiti, come portare i pasti nella loro stanza, tenere puliti tutti gli ambienti. Ma la cosa più importante è creare una relazione con queste persone, perché noi abbiamo 48 camere a disposizione nell’hotel e ogni persona occupa una stanza e queste persone non possono assolutamente varcare la porta d’uscita della camera, se non per aprire e prendere il vassoio del pranzo, per esempio, poggiato lì sulla sedia accanto alla porta.

E’ importante quindi trovare il modo di creare rapporti con questi pazienti per vincere la loro solitudine…

R. – Immaginate queste persone che trascorrono fino a 15, alcuni anche 20 giorni, chiusi in 20-25 metri quadrati, è davvero una situazione pesante, in più anche in un momento in cui la maggior parte di queste persone, che sono ancora positivi, temono per la loro salute perché stanno meglio, ma ancora attendono il corso dei tre tamponi per dirsi negativi. Quindi il lavoro più importante è comunque quello di star loro vicino con continue telefonate durante il giorno. Troviamo tante scuse: qual è la tua temperatura? Come stai? Hai bisogno di una bottiglia d’acqua, di una rivista? Tutto per cercare di instaurare una relazione e per dialogare con queste persone e farli sentire meno soli possibile. Noi abbiamo anche un grande giardino fuori dall’hotel quindi stiamo lì e parliamo con loro che si affacciano dal balcone per 15, 20 minuti. I nostri ospiti sono per lo più anziani, vanno dai 60 agli 80 anni, e hanno bisogno proprio di dialogare con qualcuno perché magari non sono neanche tanto avezzi all’uso dei social…

La Comunità Papa Giovanni XXIII è attiva su tanti fronti a fianco dei più fragili: disabili, tossicodipendenti, ragazze costrette sulla strada, minori in difficoltà ecc… In che modo riuscite a portare avanti in questo tempo le vostre attività, ma soprattutto come diceva lei le relazioni?

R. – Sì, l’Hotel Royal si inserisce in un quadro più ampio di attività che la Comunità sta portando avanti in merito alla pandemia. In questo periodo abbiamo continuato ad andare in strada in molte città d’Italia ad incontrare i senza fissa dimora, a verificare come stanno, a portargli il cibo ma anche a vedere se hanno la febbre. Il giorno prima di chiudere, abbiamo riempito più che mai le nostre strutture per raccogliere quante più persone possibili perché non rimanessero per strada e perché potessero avere dei luoghi sicuri per curarsi. Rimane il fatto che tutte le altre centinaia di case famiglia che abbiamo qui in Italia oggi stanno vivendo, anche duramente devo dire, da eroi, perché molte hanno ragazzi con tante disabilità che normalmente durante la giornata frequentavano i nostri centri diurni e quindi avevano un’attività esterna. Stare adesso chiusi in casa tutto il giorno per un mese, due mesi, non è per niente semplice. Però è qui che si evidenzia la nostra scelta della condivisione diretta con gli ultimi, 24 ore su 24, la scelta di mettere tutto di noi stessi e tutta la nostra vita accanto a queste persone che il Signore ci ha mandato. E’ dura, ma speriamo che questa cosa si possa risolvere a breve e stiamo mettendo tutte le nostre energie in campo.

Il vostro presidente Giovanni Paolo Ramonda scrive sul sito della Comunità e intitola il suo scritto: “Il momento di fare delle scelte”. Che cosa intende dire?

R.- Questo è il momento veramente di scegliere i poveri, in questo momento davvero tu scegli di dare tutto te stesso. perché è nel momento di difficoltà, di crisi, che davvero la tua scelta emerge di più, che emerge l’essenza della vocazione specifica della nostra comunità: io scelgo di isolarmi per salvare solo me stesso, o scelgo di condividere fino in fondo quello che ho affinché tutti quanti insieme possiamo salvarci? Questa è la scelta a cui ci rimanda Giovanni Paolo Ramonda.

Forse è un tempo di scelte anche in vista del dopo per tutti noi: per poter andare avanti e non tornare esattamente come eravamo prima…

R. – Certamente, è ovvio che la nostra vita è cambiata e cambierà e io dico che soltanto se applicheremo il principio “un po’ meno, ma un po’ meno per tutti”, il principio che in inglese diremmo ‘win-win’ cioè tutti vincitori, solo così riusciremo ad affrontare questa crisi. Vivere pensando che siamo una comunità, una comunità umana, una comunità aperta, quindi non più fare solo il proprio interesse, ma mettere insieme quel poco che abbiamo per il bene di tutti. Oggi in Italia siamo preoccupati giustamente per noi italiani, ma noi che come comunità siamo in 45 Paesi e tra questi i più poveri del mondo, siamo molto preoccupati per quello che potrebbe accadere, e speriamo che non accada, in Paesi come la Sierra Leone, Zambia, Kenya, Tanzania, o in Asia se dovesse scoppiare l’epidemia. Senza gli strumenti che abbiamo noi a disposizione che cosa potrebbe accadere? Che Dio ci salvi e che non si arrivi a questo.