18 Gennaio 2026
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La parrocchia saluta don Josè

Dopo cinque anni di presenza nella nostra parrocchia, don Josè Daniel è stato chiamato a offrire il suo servizio nella realtà di Fano e domenica 5 ottobre la nostra comunità si è stretta intorno a lui  per un caloroso saluto.
Alla celebrazione eucaristica, molto partecipata e animata dai tantissimi giovani che don Josè ha guidato in questi anni, ha fatto seguito un momento conviviale durante il quale, al festeggiato, sono donati degli oggetti che speriamo tengano vivo in lui il ricordo del periodo trascorso con noi.
Riportiamo di seguito il saluto che don Josè ha fatto alla nostra comunità durante l’omelia.


Fratelli e sorelle,  carissimi amici,

intanto vi ringrazio di cuore della vostra così numerosa presenza questa sera. Sono passati cinque anni da quando abbiamo imparato a conoscerci, e a volerci bene.

(Nostro Signore non fa le cose a caso, perché sono arrivato un 6 ottobre de 2020 e partirò un 6 ottobre domani mattina)

Sono passati 5 anni precisi, nei quali molte cose sono cambiate: ricordo che quando vi ho conosciuto potevamo salutarci come i cinesi da lontano, potevo vedere solamente i vostri sguardi, per via delle mascherine. In questi anni ho visto molti di voi crescere, altri accompagnati a traguardi importanti della vita, e altri invece accompagnati per qualche altro sentiero più doloroso, però, eterno.

È sempre difficile salutare…ma mi faccio aiutare partendo dalle letture appena ascoltate.

Nelle Letture di oggi emerge un invito forte alla fede fiduciosa e alla fedeltà: «Il giusto vivrà per la sua fede» (Abacuc); e San Paolo, rivolgendosi a Timoteo, lo esorta a «non vergognarsi della testimonianza del Signore» e a custodire il dono prezioso che gli è stato affidato con la forza dello Spirito Santo. Nel Vangelo, gli apostoli chiedono: «Accresci in noi la fede!» e Gesù risponde che, se avessimo fede quanto un granello di senape, potremmo fare cose grandi; ma ci invita anche a considerarci “servi inutili” quando abbiamo adempiuto il nostro dovere, quando abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17,5‑10).

Queste parole – semplici e forti – risuonano profondamente oggi nel mio cuore, mentre guardo indietro a questi cinque anni con voi. Vorrei condividerne con voi alcune riflessioni:

  1. Mi sembra giusto esprimere la mia gratitudine per questo condiviso con voi.

Come dicevo prima, cinque anni fa sono arrivato tra voi con il cuore pieno di entusiasmo, ancora come seminarista e poi  con il timore di chi si affaccia ai primi passi del ministero sacerdotale, non conoscevo tutti i vostri volti, le vostre storie, i vostri sogni e le vostre ferite. Oggi guardo indietro e vedo momenti alti e bassi: momenti di gioia, di festa, ma anche momenti di dolore e di difficoltà. Ho veduto famiglie crescere, giovani maturare, malati che si sono aggrappati a Lui,  anziani che si sono affidati alla preghiera.

Abbiamo tentato a camminare insieme Piediripa, Sforzacosta, Cassette Verdini, Stazione di Pollenza, Colmurano e Urbisaglia; prima cosa, Ringrazio i parroci per la vostra fiducia. Vedevo un’unità pastorale fatta di diversità, ma anche di tanta ricchezza, di umanità, di fede., perché anche attraverso le vostre domande, le vostre attese e le vostre ferite, le incomprensioni, i litigi, mi avete fatto crescere come uomo e come sacerdote.

Ringrazio ciascuno di voi: chi ha collaborato nelle attività, chi si è dedicato all’animazione liturgica, ai fratelli ministri dell’Eucaristia, a chi ha curato i fiori, chi ha lavorato nel doposcuola,  il coro, le Signore dell’uncinetto, o nel comitato parrocchiale, chi ha condiviso un sorriso o una parola amara. Tutti siete stati dono.

Un grazie profondo a tutti voi  giovani: mi avete insegnato tanto con la vostra sincerità, con il vostro entusiasmo, con il vostro affetto, con le vostre domande (a volte scomode) ma sempre domande che fanno intravedere in voi il desiderio di cercare qualcosa di più grande; e, quel qualcosa di più grande sappiamo dove trovarlo: Nel Nostro Signore. espero di aver seminato qualcosa anche in voi, anche se so che più spesso voi avete seminato in me. Non lasciate Cristo, il lumino delle nostre vite che ci guida e accompagna sempre, che ci consola, soprattutto ci mostra il suo amore nei momenti di solitudine ed incomprensione.

Con profonda riconoscenza voglio ringraziare don Roberto, il parroco che resta ancora con voi: è stato per me non solo un confratello, ma una guida e un maestro. Mi ha insegnato tante cose. La sua fedeltà alla missione, il suo amore per il popolo che Dio li ha affidato, le persone che sono accanto a lui e che lui ci tiene, la sua discrezione, sono stati per me scuola di vita sacerdotale.

E insieme a lui, (don Matteo, don Alain che siamo stati ordinati insieme) don Fabio e don Philsondas, Padre Leandro, : siamo stati “compagni di strada” anzi “inizio strada per me “ in questa avventura bellissima del ministero. Con voi ho imparato la fraternità nel sacerdozio, la bellezza e la fatica del lavorare insieme, la gioia di condividere la mensa dell’altare ma anche quella della vita quotidiana. Insieme, mi avete aiutato a vivere i primi passi da prete novello con maggiore consapevolezza, umiltà e coraggio.

Voglio rivolgere un pensiero riconoscente ai giovani universitari del Cammino Neocatecumenale di Camerino. Abbiamo condiviso momenti di fede, liturgie, momenti intensi e veri: in voi ho visto una sete autentica di Vangelo, un desiderio sincero di camminare alla luce della Parola. Mi avete fatto bene, siete stati per me motivo di gioia e di rinnovamento.

E come non ricordare i miei fratelli della comunità Neocatecumenale di Recanati: con voi ho camminato nella fede da fratello prima che da sacerdote. La vostra fedeltà, il vostro ascolto, la vostra presenza silenziosa e costante, sono stati per me un sostegno reale, specialmente nei momenti più difficili. Grazie per la vostra preghiera, per le correzioni fraterne, per la vostra umanità vera.

  1. È doveroso per me, vedere le mie ferite e i limiti: riconoscere ciò che non ho fatto

Non tutto è andato come avrei voluto. Ci sono state incomprensioni, delusioni, parole che non avrei dovuto dire, gesti che non avrei dovuto fare, momenti in cui ho sperato di fare di più. Vi chiedo perdono, se in qualche momento ho ferito qualcuno, direttamente o indirettamente.

Il Vangelo oggi ci ricorda che non siamo creditori verso Dio o verso gli altri, ma servi: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». (Lc 17,10)   Non possiamo pretendere, non possiamo usurpare meriti. Dobbiamo metterci umilmente nelle mani del Nostro Signore.

È una parola che mi consola oggi: non avrei potuto fare tutto, ma ho cercato – con le mie forze, con i miei limiti – di servire il Signore e voi, nella la comunità parrocchiale, nel cammino neocatecumenale.  

  1. Il fedele impegno e la speranza che non delude

Le letture sottolineano un atteggiamento di perseveranza nella fede. Essere giusti non significa avere sempre successo, ma confidare nel Signore anche quando non vediamo risultati immediati. In Abacuc, il profeta si lamenta, grida al Signore, dice: «Fino a quando, Signore?»   E il Signore risponde: scrivi, attendi, perché la visione verrà. Anche nei tempi di attesa, la fede persevera.

Questo vale anche per voi, parrocchia: continuate a credere, ad amare, a fare bene, anche quando non sembra che “funzioni”. (giovani ricordatevi) Ogni piccolo gesto di bene, ogni sorriso, ogni preghiera, ogni volontà buona ha valore agli occhi di Dio.

  1. Il saluto: non un addio definitivo, ma un “cammino nuovo”

Se mi chiedete, vuoi andare via? Voglio andare via, io “NO” pero entro nell’obbedienza, perché sono convinto e sicuro che l’obbedienza porta frutto, porterà frutti per voi ed espero anche per me.

Io non vado via perché abbandono, perché voglio, perché l’ho chiesto (infatti non l’ho chiesto), o vado via perché il vescovo me l’ha detto, No!, ma perché il Signore mi chiama altrove, con fiducia che quel che seminato non vada perduto, ma porti frutto anche in voi.

Mi porto nel cuore volti, nomi, ricordi. Porterò con me le persone che abbiamo lavorato insieme, i volti dei bambini del Grest, dei giovani dei campi scuole, dei catechisti,  dei fratelli del coro, dei “miei” educatori delle ex UP 6/8, delle uncinettaie, delle “vecchie” che hanno curato i fiori, quelle del comitato,  chi ha condiviso momenti felici e anche chi ha avuto difficoltà a volermi bene. Tutti voi siete parte di questo cammino e del mio ministero.

Non esito nemmeno a ringraziare chi in questi anni ha nutrito riserve o ostilità: a ciascuno chiedo perdono, e spero che in qualche modo la mia presenza sia stata segno, anche piccolo, di bene.

Vi chiedo di continuare ad amarvi, a sostenervi, a camminare insieme nella fede. A sostenere con amore e pazienza il vostro parroco che vi vuole tanto bene, ma che molte volte noi facciamo fatica a comprenderlo, Anche io, dove sarò, cercherò di pregare per voi, che siete stati importantissimi per me, “dicono che la parrocchia dove uno diventa prete e fa la prima messa non la dimentica mai”.

Fratelli e sorelle carissimi, penso abbiamo capito bene che tutti noi siamo di passaggio, Ed è qui, alla fine di questo tempo con voi, che sento il bisogno di tornare al cuore di tutto, a quel annunzio ricevuto in Peru e che mi ha portato fino qui, al kerigma, alla Buona Notizia che ci tiene in piedi ogni giorno:

Gesù ti Ama. Ha dato la sua vita per Te. E oggi è vivo, risorto, ed è qui, per donarti, per consolarci con il suo Spirito.

Non c’è nulla di più grande che possa lasciarvi. Non c’è eredità più preziosa. Il Signore non smette di cercarvi, di guardarvi con amore, anche quando vi sentite lontani o indegni. Il Vangelo è sempre una buona notizia per ciascuno. Lascio questo annuncio come sigillo del mio ministero tra voi.

Vi lascio con l’invocazione che oggi rivolgiamo al Signore: «Accresci in noi la fede!» (Lc 17,5)   Che la fede, anche piccola come un granello di senape, diventi vita generosa, servizio, solidarietà, amore fraterno.

E come San Paolo raccomandava: custodite il bene prezioso che vi è stato affidato (2 Tm 1,14)  . Continuate a essere comunità che prega, che accoglie, che condivide.

Ma soprattutto prendo come timbro di questi anni le ultime parole del vangelo d’oggi.: Cosi anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”

Permettetemi salutarvi nella lingua dei miei nonni, il Quechua, la lingua degli Incas con la parola  “tupananchiskama”, che significa letteralmente “fino a quando la vita (Dio) non ci farà incontrare di nuovo”. 

Con gratitudine, speranza e affetto nel Signore vi dico: GRAZIE.